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Il giorno 24 giugno 2006 si è tenuta a Roma presso la sala teatro della chiesa di Nostra Signora del Cornero la premiazione del concorso di Poesia Pittura e Fotografia SULLE ALI DELLA FANTASIA

 
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Scritto da Administrator   
sabato 08 luglio 2006

POESIA

 ALTIERO GIUSEPPINA A LEI
A Lei, che un giorno
mi sentì muovere in grembo.
A Lei, che pianse di gioia
nella mia attesa;
e di dolore al mio arrivo.
A Lei, che mi nutrì col suo corpo:
a cui presi ogni giorno
una parte di vita.
A Lei, che spiò i miei primi sorrisi;
e pianse ad ogni mio pianto.
A Lei, che guidò i miei primi passi….
A Lei, che mi farà donna
va questo mio canto d’amore…..
E quando il mio desiderio di libertà
mi porterà via,
accanto a me rimarrà un pezzetto di Lei,
e a Lei un pezzetto di me!
 
 BALLERO CRISTINAPASSIONI
Nasce così, dentro di me,
la passione e si libra nell’aria.
Alzo le mani al vento
e aspetto che invada tutto il reale corpo.
Immerso dal calore, ansimante,
Vibra nell’immensità e si estende
A più non posso nell’universo.
Poi, pian piano si riassorbe,
dal piccolo nucleo che l’ha generato.
Ed il tepore che rimane, si stringe
In una morsa di freddo, sino al prossimo
palpitare. 
 

 BRUNORI VERA

  1° PREMIO ex aequo

“guerriglia urbana”

“Breve racconto con finale a sorpresa, con spunti di grande delicatezza e sottile ironia.”
GUERRIGLIA URBANA
Ed era di nuovo neve.
Quella neve primaverile che tentando di soffocare l’inverno non faceva altro prolungarne l'agonia. Quella neve, Guenda, la conosceva bene. Guenda era rimasta immobile l'intera stagione del letargo a spiare l'andamento dei fiocchi dalla finestra, aspettava che un loro minimo segnale di cedimento l'avvertisse che l'assedio alla roccaforte del cielo stava finendo e finalmente il sole sarebbe uscito vittorioso dalla galera. Quell'anno la condanna sembrava essere stata particolarmente severa e i saltellanti aguzzini dimostravano con la loro presenza di non avere alcuna intenzione di concedere un qualunque sconto di pena. Guenda aveva pazientemente aspettato il momento giusto per agire. Quella neve si era presentata a inizio stagione come la paladina moderna delle pulizie, si era preoccupata di spazzare via le impurità con una soffice doccia fatta di granelli di sapone e i risultati, splendidi, si erano potuti osservare a terra dopo ogni intensa seduta: cumuli di schiuma, residui di uno shampoo da calpestare e lasciare scorrere lungo le tubature. Ma le sedute si erano progressivamente moltiplicate e i bagni ristoratori erano diventati graffi che raschiavano l'aria lasciandole la pelle senza difese. Guenda si sentiva come l'aria. Aveva assecondato i primi fuochi adolescenziali di quella neve sapendo che si sarebbero sciolti con la primavera e ora che erano sbocciati i tempi di una resa l'usurpatrice non accennava a terminare l'occupazione illegale del territorio. Guenda, nonostante l'aspetto indicasse il contrario, era una fervente sostenitrice della non­violenza e solitamente si serviva delle spontanee qualità che la natura le aveva fornito esclusivamente per rispondere a un'invasione di campo. Ma in quell'occasione la provocazione era stata troppo insolente per essere ignorata e in assetto anti-sommossa si era decisa a reagire. Doveva soltanto attendere che i ribelli terminassero l'offensiva.
Guenda aveva affilato le sue armi. Guenda era pronta a infilzare gli invasori.
Guenda, contro ogni parere di chi si occupava di lei, aveva deciso che non poteva più rimanere nascosta nell' edificio, la battaglia contro quella neve doveva essere combattuta uno di fronte all'altro. La sua posizione era già stata predisposta, il momento prefissato era giunto. Aveva aspettato l'arrivo dei suoi sostenitori perché la aiutassero a compiere quei pochi passi verso l'esterno che non era in grado di percorrere in autonomia; il ritorno al suo regno, Guenda, se lo era immaginato spesso durante quei mesi di paziente tolleranza e mai avrebbe pensato che sarebbe stato il freddo a pungere lei e non il contrario. Sapeva che da una battaglia non poteva aspettarsi una vittoria sicura, ma una certezza, Guenda, la possedeva: nonostante l'iniziale situazione di svantaggio non avrebbe mai permesso che i nemici si approfittassero della sua condizione. Di grassa. Pianta.
 
 CALOGERO ANTONIO

 LA MIA VITA
Ero ancora nelreta' dell'incoscienza,
quando i medici emisero la triste sentenza,
si trattava di una malattia grave e rara,
che per curarla non esisteva ancora una strada.

Cosi' da quel giorno inizio' un calvario
Tra la mia casa e l'ospedale di Verona
Cercando di trovare noi la strada buona.

Ma le prospettive erano nere,
e le cure a cui ero sottoposto a casa
erano molto severe.

E mentre i genitori,
al ritorno dall'ospedale
sembravano venissero da un funerale,
io innocentemente,
non vedevo l'ora di ritornare
in quell'ambiente.

Quell'ambiente era ormai parte della mia vita
Un campo da gioco dove
Si svolgeva la mia partita.

Tra cure severe e molto dolorose
Crescevo in condizioni non tanto rosee.

Vedevo gli amici divertirsi in modo normale
E io non capivo perche' non lo potevo fare.
La mamma mi avvisava sempre
Di non giocare perche' il sudare mi avrebbe fatto male
ma crescevo caparbio e
giocavo lo stesso anche a costo
di essere castigato poi per il gesto.

Tutti mi volevano bene
E crescevo in un ambiente
 Molto sereno.
A scuola promettevo bene
Anche se le cure e i ricoveri
Mi procuravano molte pene.

Giunsi nell'eta' dell'adolescenza
E comincia a prendere della malattia coscienza.
L'ospedale ormai e' per me
Un mondo magico e stellare
E io mi prodigavo a incitare
Gli altri come me
A non mollare.

Nonostante leggevo sui libri
Che le speranze erano
Poche di sopravvivere,
io mi creavo sempre
qualcosa per sperare e sorridere.
E anche se gli acciacchi
Erano tanti,
quando cadevo mi rialzavo
e andavo avanti.

I dottori ci avvertivano sempre
Che era importante
Arrivare allo sviluppo
In condizione smagliante,
dopodiché la malattia
sarebbe arretrata
e controllarla sarebbe stato
come fare una passeggiata.
Così  io mi illudevo
Di quel sogno che non mi pareva vero,
e lottavo e mi affannavo
per giungere a quel traguardo che speravo.

L'illusione svanì nella tarda adolescenza
Quando della malattia ne presi piena conoscenza.

Comunque il tempo passava
Ma la lotta e la speranza non mi mancava.

Conobbi lavoro e amore
Insomma pezzi di una vita normale.
Quella vita che avevo sempre anelato
E che la malattia mi aveva sempre negato.

Come un giocatore di rugby
Che si fa largo fra spinte e spaliate
Per volare verso la meta,
notai che con sacrificio e cure costanti l
a malattia arretra.
I dottori sono stati il pane
E le cure il vino e arrivai a trent'anni
Nutrendomi di questo spuntino

Tuttavia non mi posso lamentare
Perché ho condotto una vita normale.

Arrivai a trent'anni
Con molte soddisfazioni
E pochi affanni.

La malattia e' arretrata ma
La lotta non e' finita,
la volontà, le cure e l'ottimismo
hanno avuto si la meglio,
ma mai abbassare la guardia
sarebbe un grosso sbaglio.

Invecchiare nella nostra patologia e condizione
E' motivo di grande soddisfazione.

Ora che mi avvio verso i quaranta
E non so ancora cosa il futuro mi riserba
Mi affido ancora alla volontà e alla speranza
Proprio come quando ero nell'adolescenza.
Adesso che sono adulto mi sento di dire una cosa
Cioè che la vita con me e' stata meravigliosa.
Nonostante le sofferenze e gli affanni
Non sono affatto deluso di questi miei anni.
Vorrei lodare per questo mio successo
Dai meravigliosi genitori
Agli efficienti dottori
Ai fantastici amici sostenitori e
Se mi e' concesso un po'
Di questa mia forma attuale
E' un po' un mio merito personale.

 
 CASIRAGHI LUISA 
 
 PASSAVANTI ANNA RITA 
 
 SPAGNOL FABIANA 
Ultimo aggiornamento ( sabato 15 luglio 2006 )
 
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